domenica 20 giugno 2010

recitavo così:

la domenica non mi è mai piaciuta, tu lo sai.
fingevamo di dormire pur di non preparare la colazione.
la domenica, qui da noi, era la noia.
poi te ne sei andata, così, senza dire niente. sei salita, partita, sparita.
mi hai telefonato con la bocca piena di scuse e parole che parevano vere.
dicevi di volermi bene. io ti odiavo come ti odio ora.
figevi disperazione e sgomento e ti hanno creduta e piangevi, piangevi tanto.
così mi sono dimenticata di te e tu di me.
siamo vicine ora e la voglia di stare insieme è rimasta sul divano, tra le puntate di art attak e le partite alla playstation.
potevi portarti anche quella, visto che c'eri.



che poi lei urla sempre e mi chiama col tuo nome e mi parla come se fossi te.

(In foto, Chiara)

venerdì 16 aprile 2010

Estiva, restia.

Passeggiavamo quella sera d'agosto, non si poteva far altro.
Le nostre mani saldamente legate e la bocca che a tratti s'apriva, gli occhi che a tratti si chiudevano.
Il castello alle nostre spalle era pesante, imponente. Il nostro corpo nudo e solamente qualche cespuglio, che rideva di me e te.
Il mio corpo scheletrico, quei fianchi sporgenti e quel seno quasi assente, non facevano altro che riordarmi i motivi per i quali ero lì: bisogno di tristezza e voglia di dolore. A Milano, il parco Sempione , sapeva essere triste anche all'imbrunire, anche in agosto.
Ci guardavamo e vedevamo il bianco, il bianco e il grigio. Il verde degli alberi e l'azzurro dell'acqua erano per noi imprecettibili. Così, per rabbia forse, decidesti di correre.
Dopo qualche metro caddi su quel terreno sabbioso e tu non te ne curasti. Mi trascinavi. Sentivo dolore e facevi il mio bene. Esausto ti fermasti, guardasti le mie ginocchia insanguinate e ci sputasti su. Alzasti gli occhi e vedesti il mio volto. Ero piccola, fragile, indifesa. Consapevole di dover morire forse. Sorridesti. Mi lasciasti lì in mezzo, stesa su un arido terreno, morente.
T'allontanasti piano e non sentii nulla.
Ti sdraiasti sull'acqua di quel piccolo lago che pian piano tornava azzurra. Affondasti così, senza far rumore. Con leggerezza. Ero triste. Quindi felice.

mercoledì 14 aprile 2010

e raggiungere Dio.

Le borse scendevano dal cielo. Un cielo azzurro, sporco di bianco.
Passeggiava serena con i suoi lunghi capelli, pieni di luce. Mi soffermai anch'io ad osservarla, era
d'una bellezza inumana. Sfilò allora il suo pettine d'oro dalla tasca e ne leccò la punta. Rise.
In quella giornata di confusione tutto sembrava fermo. C'era spazio per lei.
La canzone del momento volava fra orecchini, pentole e dischi. Qualcuno canticchiava, altri avvicinavano qualche signora urlando.
Lui passeggiava con gli occhi bassi ma so che la tristezza non lo sfiorava.
Estrasse un coltello ben affilato dalla sua giacca beige. Lo puntò fra i seni di lei, immobile. Impassibile. Senza paura. Un impari duello, direste.
Un gioco di mani e occhi, di carezze e lacrime.
Uomini tutti uguali avevano formato un cerchio lì attorno. Fascino e paura: questi i sentimenti.
Lì il sole, vicino l'ombra, lontano il buio. L'immagine era bloccata.
La bocca di Tom, il venditore di tovaglie, era rimasta irrigidita e aperta.
Lara teneva ancora quellle monetine in mano, aspettava silenziosa che il negro la facesse pagare.
Anna rimboccava le maniche del suo sporco camice. Il suo rozzo marito mangiava frettolosamente l'hot dog. La maionese sporcava il tavolo rosso. Fu il primo a muoversi.
La musica, di lì a poco, ripartì.
Pensò bene di ripagare il suo coraggio. Spinse dentro il coltello non senza tremare.
Niente di rosso.

mercoledì 24 febbraio 2010

Un'altra festa era finita.

Le mani sottili spostano i suoi rossi capelli, le erano finiti sugli occhi. Il leggero vento, quella mattina d'inverno, li aveva un po' scombinati.
Il suo brillante sorriso stonava con gli abiti sporchi e lisi che era costretta ad indossare.
Quella sua larga canottiera bianca lasciava intravedere i suoi seni: erano così belli.
Era tanto splendida lei quella mattina, d'una bellezza pura e limpida.
Stava in piedi; dietro di lei una lunga coda di auto, quella proprio alle sue spalle era rossa.
Ai margini della strada solo coriandoli e bottiglie di vetro.
In un angolo, di fronte alla saracinesca abbassata della gioelleria più bella del quartiere, John dormiva ancora. Il suo cane veniva accarezzato da qualche passante; poche persone che quella mattina non erano corse in ufficio, che erano scese in strada per godere la tristezza.
Il cielo e grigio e forse un po' cupo in quella mattina d'inverno.
La ragazza non si era mossa: era al centro della strada, intenta a fermare il tempo.
Aveva fatto le scale frettolosamente quella mattina, aveva deciso finalmente di lasciare per sempre l'appartamento in città. In frigo era rimasta la torta che Anne, sua madre, le aveva portato dalla provincia la sera del suo ventesimo compleanno.
Ferma nel traffico adesso , tra i suoni dei clacson, ripensava a suo padre.
Era immobile e non sentiva alcun rumore.
Lei dava le sue magre spalle a quella fila di auto impazzite.
Io ero seduta lì per terra, proprio di fronte a lei. Con le gambe incrociate e molta vergogna la guardavo. Con i suoi occhi di ghiaccio mi fissava, aveva perso il suo sorriso ora.
Il fumo delle auto faceva bruciare i miei occhi, così ho preferito chiuderli.

venerdì 5 febbraio 2010

Solo attimi per riprendere fiato. La corsa non è finita.

Notte. Notte fonda.
Lei cammina sotto la pioggia. Porta stivali azzurri e abiti scuri. E' una sera come tante.
Accellera il passo, il fiato si accorcia. Il vento porta via il suo ombrello a pois.
Corre, ha paura della solitudine. Crede di temere che qualcuno la stia seguendo.
No, ha paura della solitudine. Intona allegre canzonette per non pensare. Toglie gli stivali azzurri. Bagna anche le sue calze a righe. Assorbe l'acqua, lei.
Gli occhi si fanno scuri e scendono rosse goccie dal suo viso. Corre.
Si ferma. Nuda si sdraia sull'asfalto freddo. Nessuno la guarda, nessuno la vede. Le sue calze colorate stonano. E' il paradiso, Il paradiso! Che gioia il dolore.

martedì 2 febbraio 2010

La mattina d'inverno.

Piacevolmente abbasso lo sguardo, mi lecco le dita. Sorrido.



(In foto, Arianna)

lunedì 1 febbraio 2010

Dentro jeans troppo stretti.

Correre e assoporare quella sensazione così strana. Quella leggerezza, quella libertà.
Guardare tutto come se non l'avessi mai visto, aver l'occasione di vedere le molteplici possibiltà che hai.
Succede questo alla fine di una storia. Nulla d'opprimente, solo una dolce malinconia.
Star male per non aver sofferto abbastanza, cercare il dolore e serrare bene tutte le porte. Paura. Bellissima paura. Tristezza. Serenità. Confusione.

Sensazioni diverse perse in piccole stanze, paura.
Si cerca così quello che ormai è altrove. Si ride e non si capisce il perchè.
Aver voglia d'una lotta con i cuscini, con chiunque ma non con lui.
E' sentirsi più forte, è sentirsi migliore. E' rendersi conto di ciò che si è.
Si ha voglia di qualcosa di nuovo: che non sia dolore, che non sia amore..

Si ha voglia di saltare, gridare, correre fino a restare senza fiato. Per la prima volta respirare con affanno per la tua libertà. E' la fine di una storia, è solo l'anticamera forse. Ho paura. Ho voglia di perdermi, questa volta sì..mi va.